Dal latino bis congius, antica misura per liquidi, la bigoncia è un grande contenitore in legno a forma di parallelepipedo con base ridotta. Costituito da doghe di legno, era usata in vendemmia per il trasporto dell’uva dalla vigna alla cantina e anche per pigiare l’uva prima di riempire botti e tini per la fermentazione. Ancora in uso fino a qualche decennio fa, era sistemata su carro a quattro ruote trainato da una coppia di buoi o anche da un bue solo e costituito da un avantreno con timone e pianale di carico. Le due grandi assi che formavano i fianchi superiori erano un tanto più lunghe per offrire qualche appiglio. Erano tenute insieme da chiodi, cavicchi e vitoni rinforzati con chiavi a dado. Al centro delle fiancate del contenitore c’era una chiave mobile ad aggancio per evitare lo spancio a pieno carico. Gli uomini, e per divertimento anche bambini, vi pigiavano le uve il cui mosto era raccolto attraverso la spina dopo aver rimosso lo zaffo di legno piantato e avvolto in un pezzo di canovaccio. L’uva trasportata, se di poca quantità, poteva essere pigiata anche in cantina con i piedi nella piccola bigoncia detta ir cassòt. Quando il vino novello era raccolto e si svuotava la botte, si usava un recipiente in legno a doghe e a forma ovoidale: rasgera. Per il travaso da un recipiente all’altro si usava ir bagnàu, contenitore ovoidale più grande, o la bagnaurëtta (più piccolo), in legno a doghe, con due manici. Gli attrezzi sono conservati nel Museo orsarese.
La bigoncia, in uso nel Novecento, è stata costruita nel laboratorio -falegnameria (oggi casa-museo) di Pinolo Scaglione, da il Nuto de “La luna e i falò” amico e confidente di Cesare Pavese. Il sistema di frenatura del carro fa risalire la sua costruzione già dal 1800.
Dal latino bis congius, antica misura per liquidi, la bigoncia è un grande contenitore in legno a forma di parallelepipedo con base ridotta. Costituito da doghe di legno, era usata in vendemmia per il trasporto dell’uva dalla vigna alla cantina e anche per pigiare l’uva prima di riempire botti e tini per la fermentazione. Ancora in uso fino a qualche decennio fa, era sistemata su carro a quattro ruote trainato da una coppia di buoi o anche da un bue solo e costituito da un avantreno con timone e pianale di carico. Le due grandi assi che formavano i fianchi superiori erano un tanto più lunghe per offrire qualche appiglio. Erano tenute insieme da chiodi, cavicchi e vitoni rinforzati con chiavi a dado. Al centro delle fiancate del contenitore c’era una chiave mobile ad aggancio per evitare lo spancio a pieno carico. Gli uomini, e per divertimento anche bambini, vi pigiavano le uve il cui mosto era raccolto attraverso la spina dopo aver rimosso lo zaffo di legno piantato e avvolto in un pezzo di canovaccio. L’uva trasportata, se di poca quantità, poteva essere pigiata anche in cantina con i piedi nella piccola bigoncia detta ir cassòt. Quando il vino novello era raccolto e si svuotava la botte, si usava un recipiente in legno a doghe e a forma ovoidale: rasgera. Per il travaso da un recipiente all’altro si usava ir bagnàu, contenitore ovoidale più grande, o la bagnaurëtta (più piccolo), in legno a doghe, con due manici. Gli attrezzi sono conservati nel Museo orsarese.
La bigoncia, in uso nel Novecento, è stata costruita nel laboratorio -falegnameria (oggi casa-museo) di Pinolo Scaglione, da il Nuto de “La luna e i falò” amico e confidente di Cesare Pavese. Il sistema di frenatura del carro fa risalire la sua costruzione già dal 1800.